Crescere in una famiglia disfunzionale può influenzare il modo in cui una persona guarda a sé stessa, esprime ciò che prova e costruisce le proprie relazioni.
Da bambini, però, è difficile accorgersene: la propria casa è il primo ambiente che si conosce e ciò che accade ogni giorno può sembrare “normale”, anche quando provoca sofferenza.
Solo più avanti alcune persone iniziano a chiedersi perché temano così tanto il giudizio, si sentano responsabili dell’umore degli altri o facciano fatica a dire di no.
Non esiste una conseguenza identica per tutti, né ogni difficoltà adulta nasce necessariamente dalla propria storia familiare.
Capire ciò che si è vissuto può comunque aiutare a dare un nome a certe esperienze e a scegliere, nel presente, modi diversi di stare con sé stessi e con gli altri.
Che cosa significa crescere in una famiglia disfunzionale
È necessario fare una premessa, ovvero non esiste una famiglia “giusta”, così come non esiste un manuale della famiglia “modello”, che nell’immaginario collettivo si identifica con la famiglia del “Mulino Bianco”. Ogni famiglia è a sé, unica e speciale. Tuttavia, in alcuni contesti familiari si sperimentano schemi rigidi e dinamiche relazionali che possono creare sofferenza nel soggetto che ne fa parte.
Da qui, l’espressione famiglia disfunzionale descrive un contesto in cui le modalità abituali di relazione rendono difficile ascoltare, rispettare e sostenere i bisogni dei suoi membri.
Non significa che in quella casa manchino affetto o momenti felici.
Una persona può ricordare vacanze piacevoli, gesti premurosi e persone verso cui prova un affetto sincero, e riconoscere allo stesso tempo che alcune dinamiche le hanno provocato una forte sofferenza.
In ogni famiglia esistono incomprensioni e conflitti.
La differenza può stare nel modo in cui vengono affrontati: se c’è spazio per parlare, riparare un errore e riconoscere le emozioni in circolo, oppure se il disagio viene negato, punito o lasciato sulle spalle di un singolo membro familiare.
Quando il problema è la dinamica relazionale che si ripete
Un singolo litigio non definisce un’intera famiglia. Anzi, non esistono famiglie in cui i conflitti non esistano.
Per comprendere la propria esperienza è più utile osservare ciò che accadeva con regolarità.
Forse bisognava indovinare l’umore di un genitore prima di fare una richiesta: una critica poteva arrivare in qualsiasi momento, mentre chiedere spiegazioni peggiorava la situazione.
Oppure le preoccupazioni degli adulti occupavano tutto lo spazio e quelle dei figli venivano considerate poco importanti.
Quando queste situazioni si ripetono, il bambino può imparare ad adattarsi e modellarsi sulla base delle dinamiche relazionali familiari ricorrenti, mettendo in secondo piano ciò che sente.
Il bambino impara così che i propri bisogni sono poco importanti, tendendo poi in futuro a svalutarli, se non perfino a vergognarsene.
Tuttavia, quelle strategie di adattamento possono essere state funzionali da bambini, per “sopravvivere” in quel determinato contesto familiare, ma da grandi, quando ci si affaccia a nuovi contesti di vita, possono trasformarsi in modalità poco utili e auto-sabotanti.
Perché è difficile riconoscerlo mentre si è bambini
Un bambino non possiede ancora quegli strumenti cognitivi e psicologici per valutare in modo adeguato il comportamento degli adulti da cui, tra l’altro, dipende.
Per un bambino, il proprio genitore rappresenta la sua fonte di “sopravvivenza”, sia da un punto di vista più concreto (il genitore gli fornisce cibo, una casa in cui vivere, ecc.) sia da un punto di vista più psicologico (il genitore offre la sua cura e il suo amore). Per questo un bambino, a fronte di dinamiche familiari che lo fanno soffrire, tenderà quasi sempre a “salvare” i genitori, e a imputare a sé stesso le colpe di ciò che succede, preservando in questo modo anche un’illusione di senso di controllo.
Può pensare, infatti, che il problema sia proprio il suo carattere, che forse dovrebbe impegnarsi di più o che tutti vivano situazioni più o meno simili.
Se un genitore reagisce con freddezza ogni volta che il figlio piange, il bambino potrebbe concludere che mostrare tristezza sia sbagliato.
Se riceve attenzioni soprattutto quando è bravo e non crea problemi, potrebbe associare l’affetto ricevuto alla necessità di soddisfare le aspettative altrui.
Sono conclusioni comprensibili per un bambino.
Da adulti, però, è possibile rivederle alla luce di esperienze nuove.
Le esperienze familiari che possono lasciare un segno
Esistono diversi schemi e dinamiche relazionali familiari che possiamo definire disfunzionali, proprio perché creano sofferenza nel soggetto.
In alcune case prevalgono le critiche; in altre il problema è la distanza emotiva, l’imprevedibilità o l’assenza di spazio per parlare di ciò che si prova.
Anche due figli cresciuti nella stessa famiglia possono ricordare e vivere quelle esperienze in modo diverso.
Si tratta, infatti, di una complessa interazione tra ambiente e genetica, ovvero tra dove il bambino è cresciuto, e con quali contesti si è interfacciato nel corso della sua crescita, e il suo carattere, il suo temperamento, la sua unica e particolare soggettività.
Per questo, è importante poter dare nuovo senso e significato ai propri vissuti di sofferenza presenti e/o passati alla luce della propria soggettività, senza inserirli in etichettature rigide preconfezionate.
Critiche, svalutazione e aspettative impossibili
Ricevere osservazioni e consigli sui propri comportamenti fa parte della crescita personale, ma essere criticati continuamente è un’esperienza diversa.
Frasi che comunicano «non sei mai abbastanza» o «vorrei che tu fossi diverso» possono creare difficoltà nello sviluppo di un’immagine di sé positiva e di un buon livello di autostima.
Da adulti questo può tradursi in un controllo severo e molto autocritico su sé stessi.
Un piccolo errore sul lavoro può essere vissuto come la prova di non valere, mentre un successo può venire più facilmente attribuito alla fortuna o al caso.
Non è questa una conseguenza deterministica, ma sicuramente un clima familiare denso di critiche, e che propone modelli “giusti” da perseguire, può sviluppare nell’individuo l’idea che lui conti poco e che si possa sentire “sbagliato”.
Bisogni emotivi ignorati e affetto imprevedibile
Per un bambino è fondamentale che il suo adulto di riferimento possa accogliere i suoi bisogni e le sue emozioni, aiutandolo a dare loro un nome, un senso e un contesto.
Un bambino ha bisogno che qualcuno provi a capire che cosa gli succede, perché da solo non sa ancora comprenderlo e spiegarlo bene.
Se le sue emozioni vengono sistematicamente minimizzate, può imparare a nasconderle o a dubitare della loro legittimità.
Anche l’imprevedibilità del genitore può lasciare il bambino in uno stato di confusione e incertezza angosciosa.
Se la vicinanza di un adulto cambia bruscamente senza spiegazioni, il bambino può dedicare molte delle sue energie a capire come mantenerla, pensando molto spesso di aver fatto qualcosa di sbagliato.
Il modo in cui nascono e si sviluppano i legami precoci viene studiato anche attraverso il concetto di attaccamento.
Questo concetto aiuta a comprendere meglio le dinamiche relazionali, ma non permette di dedurre il futuro di una persona da un singolo episodio della sua infanzia.
Il figlio che si sente responsabile degli adulti
In alcune famiglie un figlio diventa il confidente privilegiato di un genitore, cerca di mediare i litigi o sente di dover essere lui a mantenere tutti sereni e tranquilli.
Può essere apprezzato perché è «maturo» e «non dà problemi».
Tuttavia, dietro quella parvenza di maturità potrebbe esserci poco spazio per le sue esigenze di bambino.
Da adulto potrebbe sentirsi a suo agio soprattutto quando aiuta, risolve e si prende cura degli altri.
Chiedere qualcosa per sé, invece, potrebbe sembrargli egoista o fuori posto.
Riconoscere questo schema, così come altri, non significa negare l’affetto provato per i familiari, ma anzi vuol dire interrogarsi sul proprio vissuto, per poterne poi riconoscere l’eventuale costo personale, e avanzare nella propria vita più consapevoli e in ascolto di sé stessi, potendo scegliere nuove modalità più funzionali di stare nel mondo, con sé stessi e con gli altri.
Cosa può restare da adulti
Le esperienze vissute nella famiglia d’origine non producono un elenco deterministico di conseguenze. Tuttavia, possono creare modalità e strategie di stare a contatto con sé stessi e con gli altri, che a volte possono rivelarsi poco funzionali, e fonte di sofferenza, per il soggetto.
Queste possono infatti contribuire a costruire aspettative su di sé e sugli altri.
- Alcune persone imparano che, per essere accettate, devono essere impeccabili.
- Altre si aspettano che un conflitto porti alla perdita del rapporto.
- Altre ancora fanno fatica a distinguere ciò che desiderano da ciò che gli altri si aspettano.
Osservare queste modalità serve a comprendere, non a formulare una diagnosi.
Autostima fragile e bisogno di approvazione
Un bambino che è cresciuto ricevendo riconoscimento e approvazione soprattutto dopo una buona prestazione o un comportamento desiderato può sviluppare un’autostima molto dipendente dall’altro e dalle sue reazioni.
Questo bambino può diventare poi una persona adulta che si sentirà valida e “brava” solo quando riceverà conferme dall’esterno.
Un messaggio senza risposta può farle pensare di aver sbagliato qualcosa.
Un’osservazione neutra può sembrarle una critica profonda.
Il bisogno di approvazione non è di per sé un difetto: tutti desideriamo essere apprezzati.
Diventa faticoso quando il giudizio degli altri è l’unico riferimento possibile per capire quanto valiamo.
Senso di colpa quando si pensa a sé
Chi è cresciuto all’interno della propria famiglia dando priorità ai bisogni degli altri può provare senso di colpa anche davanti a scelte ordinarie.
Esprimere una propria preferenza, non rispondere subito a una chiamata o rifiutare un favore possono sembrare, nel vissuto di queste persone, gesti molto più gravi di quanto siano in realtà.
A volte il pensiero è: «Se non faccio quello che mi chiedono, li farò soffrire».
In altri casi non c’è nemmeno una frase precisa, ma soltanto un disagio difficile da spiegare.
Provare colpa non dimostra automaticamente di aver fatto qualcosa di sbagliato.
Può essere utile domandarsi quale responsabilità appartenga davvero a sé e quale, invece, sia stata assunta nel tempo per abitudine.
Difficoltà a capire e comunicare le emozioni
Se da piccoli non si è trovato ascolto quando si era tristi, arrabbiati o spaventati, da adulti può risultare difficile riconoscere queste emozioni nel momento in cui emergono.
Una persona può dire «non è niente» e rendersi conto solo più tardi di essere stata ferita.
Oppure può avvertire una forte tensione e sensazione di disagio senza capire che cosa stia succedendo e come quindi desideri comunicarlo.
Imparare a dare un nome a ciò che si prova, se non si è abituati, richiede tempo.
Può aiutare fermarsi dopo un episodio significativo e prendersi uno spazio per chiedersi che cosa sia successo, quale emozione sia comparsa e di che cosa si sarebbe avuto bisogno.
Non occorre trovare subito una risposta perfetta.
Tensione anche quando non c’è un pericolo
Chi ha dovuto prestare molta attenzione agli umori degli adulti può continuare a osservare con particolare intensità i segnali degli altri.
Un tono di voce diverso, un’espressione stanca o un silenzio insolito possono far nascere la sensazione che stia per succedere qualcosa di spiacevole.
Per esempio, un collega risponde in modo breve perché ha fretta.
La persona che riceve la risposta potrebbe passare ore a chiedersi se non abbia fatto qualcosa di sbagliato per far arrabbiare il collega.
Non tutte le reazioni di questo tipo dipendono dall’infanzia.
In ogni caso, se il meccanismo si ripete con una certa costanza e crea sofferenza, esplorarlo può aiutare a rendersi consapevoli di ciò che sta accadendo, in modo poi da poter distinguere il presente dalle aspettative apprese in passato.
Come la storia familiare può entrare nelle relazioni adulte
Le relazioni adulte offrono esperienze nuove, ma possono anche riattivare timori già conosciuti.
La vicinanza, il dissenso, l’attesa di una risposta, la lontananza, l’esprimere un proprio bisogno e la necessità di chiedere qualcosa all’altro possono assumere un significato molto intenso, a volte fonte di profondo disagio.
Questo non vuol dire che una persona sia destinata a ripetere le dinamiche relazionali familiari avute nella propria infanzia.
Vuol dire che alcune strategie un tempo funzionali al contesto familiare di allora possono essere state fatte talmente proprie dal soggetto da presentarsi anche quando la situazione è cambiata, è nuova, e non c’è più bisogno di proteggersi.
Paura dell’abbandono e bisogno di rassicurazioni
Quando la disponibilità emotiva delle persone importanti è stata incerta, una distanza temporanea può sembrare il segnale di un distacco definitivo.
Un partner che desidera una serata per sé potrebbe essere percepito come meno coinvolto nella relazione.
La richiesta di rassicurazioni può diventare ricorrente, assumendo la forma di un bisogno intenso.
In questi casi è utile comprendere cosa stia succedendo, per rompere lo schema che crea insicurezza e di conseguenza disagio nella relazione.
Chiedere vicinanza è legittimo, infatti.
Capire però alla fonte perché alcune situazioni suscitino una paura e una sensazione di malessere così forti può dare un significato e un senso diversi a quella richiesta, aiutando la coppia a parlarne.
Difficoltà a fidarsi e a lasciarsi conoscere
Per altre persone, le strategie apprese in famiglia da bambini, con lo scopo di proteggersi da certe dinamiche, prendono la forma opposta: il bisogno alla base diventa quello di mostrarsi autonome, non chiedere aiuto e tenere una certa distanza.
Se in passato confidarsi ha portato a essere giudicati o ignorati, aprirsi con qualcuno può sembrare rischioso.
Anche una relazione rispettosa può allora suscitare esitazione.
La fiducia non deve essere concessa tutta insieme.
Può crescere attraverso esperienze ripetute in cui ci si sente ascoltati, si può dissentire e si vede che il rapporto regge anche quando si mostra una parte vulnerabile di sé.
Conflitti evitati oppure vissuti come minacce
Un contrasto nella coppia o con un amico non indica necessariamente che il legame sia in pericolo.
Se però i conflitti vissuti da piccoli finivano in urla, silenzi prolungati o rifiuti, da adulti può essere difficile considerarli affrontabili.
C’è chi rinuncia in partenza a esprimere la propria opinione per mantenere la pace, ma all’opposto c’è anche chi reagisce subito con grande enfasi, perché teme che non verrà ascoltato.
In entrambi i casi può essere utile imparare a riconoscere il momento in cui una discussione attuale richiama sensazioni più antiche.
Questo permette di scegliere parole e tempi diversi, senza dover risolvere tutto nell’immediato.
Il rapporto con la famiglia d’origine oggi
Diventare adulti non cancella automaticamente i vissuti e le relative dinamiche relazionali esperite nella famiglia d’origine.
Si possono avere una casa, un lavoro e relazioni affettive nuove, e sentirsi di nuovo piccoli durante una telefonata con un genitore.
Una frase familiare può riportare rapidamente alla sensazione di dover spiegare, giustificare o dimostrare qualcosa.
Notarlo non obbliga a giudicare l’intera famiglia in una sola direzione, non buona.
Permette piuttosto di osservare come funziona oggi il rapporto e quali cambiamenti potrebbero renderlo meno doloroso.
Mettere confini senza sentirsi una cattiva persona
I confini personali indicano ciò che siamo disponibili a fare, raccontare o accettare in una relazione.
Possono riguardare il tempo, le visite, le telefonate, le richieste di aiuto o il modo in cui vengono commentate le nostre scelte.
Un confine può essere espresso con semplicità: «Oggi non riesco a parlarne, possiamo sentirci domani».
Oppure: «Capisco che tu abbia un’opinione diversa, ma questa decisione spetta a me».
Chi non è abituato a farlo potrebbe avvertire disagio a esprimere questi confini, anche dopo averne parlato con rispetto.
Quel disagio non significa che il confine sia ingiusto.
Può indicare che si sta rompendo uno schema arcaico, e si sta provando un comportamento nuovo.
Prendere distanza è sempre necessario?
Non esiste una risposta valida per tutti.
Alcune persone desiderano mantenere un rapporto frequente con i familiari, cambiando il modo di comunicare.
Altre trovano utile ridurre per un periodo i contatti.
In alcune situazioni, la distanza può diventare una scelta di protezione.
Conta ciò che fa star meglio quel determinato soggetto in quella particolare famiglia, non esiste una regola generale su ciò che «si deve» o «non si deve» fare nel proprio contesto familiare, il criterio rimane sempre ciò che non fa soffrire quell’individuo.
Anche il desiderio di mantenere un legame merita ascolto.
Si può voler bene a qualcuno e avere bisogno di limiti più chiari nel rapporto con quella persona.
Si può cambiare ciò che si è imparato da piccoli?
Sì, è possibile sviluppare modi nuovi di comprendere sé stessi e di stare nelle relazioni.
Questo cambiamento non richiede di cancellare la propria storia.
Richiede tempo per riconoscere ciò che è stato appreso, capire quando si ripresenta e sperimentare risposte diverse.
Il percorso non è uguale per tutti.
Per qualcuno comincia con una relazione sentimentale in cui sperimenta un particolare disagio; per qualcun altro con la consapevolezza di essere esausto nel tentativo di accontentare tutti.
Riconoscere gli schemi senza darsi una diagnosi
Può essere utile osservare alcune situazioni ricorrenti.
- Quando una persona è delusa da me, penso subito che smetterà di volermi bene?
- Mi scuso anche quando non ho fatto nulla di sbagliato?
- Riesco a chiedere aiuto o aspetto di non farcela più?
Queste domande non servono a classificarsi.
Aiutano a vedere il legame tra situazioni, emozioni e comportamenti.
Lo stesso comportamento può avere cause diverse in persone diverse.
Per capirlo occorre considerare la storia individuale, non soltanto riconoscersi in una descrizione letta online.
Imparare a dare spazio ai propri bisogni
Riconoscere un bisogno può essere più difficile di quanto sembri quando si è abituati a occuparsi prima degli altri.
Si può cominciare da domande semplici: «Ho bisogno di tempo?», «Voglio davvero accettare questo impegno?», «Che cosa proverei a dire se non temessi di deludere l’altra persona?».
Dare spazio ai propri bisogni non significa ignorare quelli altrui.
Significa considerare possibile che entrambi possano trovare spazio nella relazione.
Anche piccoli cambiamenti possono essere significativi: chiedere di rimandare una conversazione, esprimere un disaccordo con calma o concedersi il tempo di decidere prima di rispondere.
Quando chiedere un sostegno psicologico
Un sostegno psicologico può essere utile quando le difficoltà nelle relazioni, il disagio emotivo o alcuni schemi che tendono a ripetersi iniziano a creare sofferenza e a incidere sulla vita quotidiana. Non è necessario aspettare che la situazione diventi insopportabile per chiedere aiuto.
Un percorso psicologico può essere uno spazio in cui fermarsi, ascoltarsi con maggiore attenzione e provare a dare un senso a ciò che si sta vivendo, insieme a qualcuno che possa accompagnarti in questo percorso.
Può capitare di attraversare un periodo difficile e di sentirsi in difficoltà nelle relazioni, in famiglia o con sé stessi. A volte non è semplice capire da dove partire o trovare da soli un nuovo modo per affrontare ciò che sta succedendo.
In questo sito puoi conoscere il mio modo di lavorare e i percorsi di consulenza, sostegno psicologico e psicoterapia che offro agli adulti. Uno spazio per fermarsi, fare un po’ di chiarezza e, insieme, trovare nuove risorse per affrontare ciò che stai vivendo.
Domande frequenti
Una famiglia disfunzionale è sempre violenta?
No. La violenza fisica è una situazione grave, ma non è l’unica esperienza familiare che può provocare sofferenza.
Esiste un’altra forma di violenza, meno visibile, quella psicologica, che si può esprimere attraverso critiche continue, imprevedibilità, svalutazione, incertezza o mancanza di ascolto, che può provocare l’instaurarsi di dinamiche e strategie poco funzionali nel soggetto adulto.
Per comprendere una storia personale bisogna guardare a ciò che accadeva nel tempo e alle dinamiche familiari in cui la persona era coinvolta, ma soprattutto esplorare il vissuto di quel determinato soggetto.
Chi cresce in una famiglia disfunzionale avrà problemi da adulto?
Non necessariamente.
Le esperienze dell’infanzia possono influire sul modo di vivere le relazioni, ma non stabiliscono da sole, in modo deterministico, come sarà la vita adulta.
Le persone incontrate fuori dalla famiglia, le esperienze successive e la possibilità di riflettere su ciò che si è vissuto possono fare la differenza.
È più corretto parlare di possibili conseguenze che di un destino inevitabile.
Perché mi sento in colpa quando dico di no ai miei genitori?
Dire di no può suscitare senso di colpa se in passato si è imparato che essere un buon figlio significava essere sempre disponibili o evitare di deludere i genitori.
Il sentimento può comparire anche quando la richiesta rifiutata è eccessiva o arriva in un momento in cui non si hanno energie.
Può aiutare distinguere il dispiacere di un familiare dalla responsabilità di risolverlo sempre personalmente.
Perché cerco sempre l’approvazione degli altri?
Il bisogno di approvazione può avere molte origini.
In alcuni casi è legato all’abitudine di ricevere attenzione e ascolto soprattutto quando si soddisfacevano le aspettative familiari.
Cercare conferme è umano; diventa fonte di possibile disagio quando una sola critica cancella tutte le altre valutazioni positive o quando si rinuncia regolarmente a ciò che si desidera per non dispiacere qualcuno.
Comprendere in quali situazioni accade è un primo passo utile.
È normale avere ricordi belli della propria famiglia?
Sì. I ricordi piacevoli non annullano quelli dolorosi, e i momenti difficili non cancellano necessariamente l’affetto.
Una storia familiare può contenere entrambe le cose.
Non occorre scegliere tra idealizzare la propria famiglia e descriverla soltanto attraverso i problemi.
Riconoscere questa complessità può aiutare a parlare della propria esperienza con maggiore libertà e consapevolezza.
Le difficoltà familiari possono influire sulla coppia?
Possono influire sul modo in cui una persona interpreta la vicinanza, la distanza e i conflitti.
Per esempio, una richiesta di spazio da parte del partner può essere vissuta come un rifiuto, oppure può risultare difficile esprimere un proprio bisogno per paura di creare tensione o delusione nell’altro.
Questo non significa che ogni problema di coppia dipenda dall’infanzia.
Anche la relazione presente e il comportamento di entrambi i partner vanno considerati.
Devo affrontare i miei familiari per stare meglio?
Non sempre.
Parlare con i familiari può essere utile in alcune situazioni, ma non è un passaggio obbligato e non garantisce la risposta sperata.
Si può iniziare a comprendere la propria storia, cambiare alcune abitudini e definire nuovi limiti anche senza ottenere dagli altri un riconoscimento di ciò che è successo.
La decisione di affrontare una conversazione dipende dal rapporto attuale e da ciò che la persona desidera e si sente pronta a fare.
Posso mettere dei confini e mantenere il rapporto?
In molti casi sì.
Mettere confini personali significa rendere più chiaro ciò che si può offrire e ciò che non si vuole accettare.
All’inizio i familiari potrebbero reagire con sorpresa, specialmente se erano abituati a un’altra disponibilità.
Il modo in cui il rapporto evolverà dipende anche dalla loro capacità di rispettare quei limiti.
Un confine non assicura l’assenza di conflitti, ma può rendere più comprensibile la propria posizione.
Come capisco se mi serve un aiuto psicologico?
È importante chiedere aiuto se certe emozioni o difficoltà relazionali si ripetono, causando sofferenza e risultando difficili da affrontare da soli.
Per esempio, si può sentire di non riuscire mai a dire di no, di vivere ogni critica come un rifiuto o di entrare spesso in rapporti che fanno stare male.
Si può iniziare raccontando ciò che si sta vivendo, ciò che crea disagio e fa soffrire, in modo da valutare insieme a un professionista quale percorso sia il più adatto.
È possibile costruire relazioni diverse da quelle conosciute da piccoli?
Sì. Le prime relazioni possono lasciare in eredità al soggetto adulto modalità relazionali ricorrenti a cui spesso possono associarsi vissuti dolorosi profondi, ma nel corso della vita si possono fare nuove esperienze e imparare modalità diverse di comunicare, fidarsi e affrontare i contrasti.